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Sotto la superficie - Lara Vinca Masini

I lavori recenti di Raffaello Gori stanno a dimostrare il suo lungo processo di decantazione dei problemi della «pittura » che egli, nel rapporto col linguaggio abituale del suo lavoro professionale dì graphic designer, cerca continuamente di meditare e di filtrare, soffrendone i rischi, le dissonanza, le ambiguità.

Questi egli cerca di risolvere implicando alcuni dei mezzi propri del linguaggio dei «media» [prima erano i numeri e le lettere, ora è la fotografia della cronaca quotidiana e politica), che egli trasferisce, per riporto, sul quadro, intervenendo poi con la stesura pittorica, sottile, raffinata, tesa nel colore e nella tessitura, seppure in dialettica con un continuo, acuto riferimento naturalistico. Fino a determinare un campo quasi uniforme, monocromo, con lievissimi trasalimenti e schiariture, dal quale le immagini affiorano, quasi sommesse nella stesura del colore, come nel magma dell'esistere quotidiano, che disequilibra, distorce, coinvolgendole e travolgendole, spesso, infine, «azzerandole», le proteste più dirette, le ideologie più rivoluzionarie.

Di qui la sofferta tensione di questo lavoro, che si traduce in tensione del mezzo usato; di qui la dilatazione del mezzo stesso, che invade l'intera superficie trattata, fino a travolgere, talvolta, il senso tradizionale di quadro, investendone, come «superficie altra», il rovescio. Alla ricerca dl quel rapporto tra espressione e vita, continuamente messo in crisi dalla condizione del mondo.

Firenze 1979

 Lara Vinca Masini

Questa mia intende essere solo una breve testimonianza sul lavoro pittorico che Raffaello Gori porta avanti, ormai da vari anni, a fianco della sua attività di grafico pubblicitario ed editoriale.

Cominciava con esperienze postinformali, di carattere latamente new dada, sommergendo e quasi celando nella materia pittorica allusioni figurative e tracce di stampa (quella che carboni definisce "la pelle della scrittura, dell'immagine, che s'imprime in un contesto cromatico"), ma un occhio era sempre attento, mi pare, alle esperienze dell'Abstract Expressionism di tipo contemplativo, alla Rothko, per intenderci, o alla Morris Louis; quasi tentasse di combinare le due linee, quella segnica gestuale e materica della scuola di New York e quella, a campo di colore, della scuola del Pacifico, in una sorta di trasparenza reciproca, ora risolta a velature pittoriche, ora realizzata con mezzi tecnici, quali l'uso del "verso" del quadro, oppure - e più sovente, traendone i motivi del lavoro più recente - "velando" la pittura con elementi semitrasparenti, tali quasi da "allontanare il gesto, la materia, la trama, nel favoloso", facendo acquistare al contesto pittorico spessore di memoria e di poesia. Talvolta col rischio di farsi quasi prendere la mano dalla "raffinatezza" e dalla tenerezza del colore morbido, soffice, chiaro e profondo.

C'è poi l'ultima esperienza, quella della pittura su specchio plastico, nel quale è come se "il magico, la fuga nel favoloso", fossero demandati alla trasparen­za della parte del supporto non coperta dal pigmen­to, lasciando la pittura, tornata oggi materica e gestuale, quasi galleggiante nel vuoto, nello spazio trasparente dell'atmosfera, nel quale emergono, mobili e aleatori, i riflessi del reale.

Quasi che Gori veda la propria sensibilità schiva, la propria inquietudine, la propria consapevolezza più segreta, riflesse e come denudate ed "esposte", incapaci di costituire per lui quel rifugio, quel mondo "diverso", alternativo, che in genere il lavoro creativo riesce a realizzare.

Non si può negare che quello di oggi sia un momento difficile, comunque lo si guardi, e in tutti i sensi.

Come sempre gli artisti ci si rivelano, "nella loro consapevolezza infinita" (per citare, una volta di più Mc Luhan, che forse sta tornando attuale) quasi cartine di tornasole della situazione del reale.

Anche quando, come spesso avviene oggi, - non nel caso di Gori - si rifugiano nella libertà dell'immaginario, dell'ingenuo, del "banale", fingendo di eludere, con lucida e spregiudicata ironia, l'impatto duro col quotidiano.

 

Firenze, 1983