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Raffaello Gori : dentro la superficie - Giorgio Cortenova

 Vi è stato un lungo periodo (purtroppo non ancora esaurito) in cui la critica indulgeva nell'aggettivazione. Non voglio affermare che l'aggettivo in quanto tale vada disprezzato o temuto, ma i fatti ci dicono che, se non diventa il punto di partenza di una prolusione capace di sottolineare o, meglio, di suggerire una lunga teoria di significanti tendente all'infinito, in tal caso si corrompe natural­mente e, credendo di attingere l’”espressività”, tocca invece le corde del più vieto sentimentalismo. In altre parole si annulla nella maniera o nella burocrazia di un'improbabile scala di valori. E cre­do che l'aggettivazione sia un elemento troppo prezioso del lin­guaggio, per abbandonarlo in simili rischi.

Alle volte (se non il più delle volte) le arti visive insegnano, e più di quanto si possa comunemente pensare. Non è da oggi, ad esem­pio, che questo versante dei segni induce all'autoriflessione i segni del linguaggio, ma in ogni caso questo va detto al di qua e al di là della linguistica come disciplina. Una parola, si sa, tira l'altra: e tutte s'inseguono in una corsa inarrestabile. Ebbene, i "segni" del­le arti visive indicano invece una strada di più rigorosa "parsimo­nia", un controllo più preciso, un modo di soppesare se stessi che equivale al toccare con mano la propria consistenza. Intendiamoci: ciò vale per le tendenze più attente ed agguerrite della modernità. Vale molto meno per il modernismo che si muove in una duplica­zione all'infinito del significante.

Oggi la pittura è giunta ad un'estrema puntualizzazione dei suoi mezzi espressivi: riflette sul problema dell'icona, non evita il pitto­rico ma ne ha approfondito i significati, fa uso con uguale capacità analitica di "simboli" e di "indici". Tutto ciò è stato possibile at­traverso un processo riduttivo, recuperando quello che comune­mente chiamiamo lo stato primario del comunicare visivamente. Non più grandi sistemi, ma rapporti minimali; non più interpreta­zioni del mondo, ma riflessione sulla specificità. Un simile panora­ma non sembri scarno, non atterrisca per economia di termini e di mezzi. Tutt'altro: in un tale apparente deserto nulla viene scartato a priori, ma è proprio il “caso” che viene dichiarato “necessario”. Tra quanti si muovono in simili territori vi è Gori, un autore che sembra al momento voler dialettizzare i termini del "fare pittu­ra". La superficie è per lui la sede di diversi "avvenimenti", ma da un lato è avvenimento essa stessa. Perciò, Gori prima di tutto ce la indica, ce la segnala, puntando per così dire il dito.

Nella tipologia dei segni l’”indice” stabilisce proprio un rapporto con l'oggetto di natura fisica, I modi di Gori in tale contesto di "indicazione" sono quelli correttissimi del rapportare il dipingere alla fisicità della superficie, o meglio ancora di far funzionare la pittura come segnalazione della superficie stessa. La sede della pittura è la superficie, ma è nella pittura che la superficie "appa­re", dice "io sono". L'indice, dunque, funziona in due sensi; e all'interno, intanto, si prepara e si presenta l'avventura del segno iconico. L'icona è una dimensione "temeraria" del segno: è qui che esso rischia tutte le sue libertà nei riguardi del reale, per ri­guadagnarle poi a se stesso imprimendo le proprie ragioni logiche sul corpo del reale stesso. L'icona è interpretazione o fondazione della realtà? Ma i due termini, non finiscono con il coincidere? E' un lungo, mai definitivo e mai chiuso dibattito. Da parte sua Go­ri, così come altri autori della sua generazione, non si limita a presentarci i poli del problema, ma contribuisce a puntualizzarne i contorni. Intanto l'icona trapassa da territori di buona riconosci­bilità dell'immagine ad altri in cui non rimane che il gesto, l'esile vortice del segnare, il groviglio disperso del subconscio; ma infine il segno iconico, nell'ansia del groviglio, o nel soffio avvolgente del pigmento, sfiora la dimensione e la tipologia del codice e vi si ripor­ta in fase dialettica.

Ci accorgiamo allora, che il lavoro riduttivo di Gori ha uno scopo sottile che l'autore dovrà, e d'altra parte credo vorrà ancora a lun­go perseguire: quello cioè di significare visivamente i punti di con­tatto e gli strappi all'interno del tessuto comunicante del segno. Questa regressione nei termini minimali della pittura ha condotto Gori a porsi nel mezzo di quel materiale pulsante e fluttuante (ancora instabile eppure di volta in volta apparente nelle sembian­ze del simbolo linguistico) dell'icona e dell'indice: tra la scrittura e la pittura, la realtà tangibile e il subconscio, la presenza fisica e il tarlo onirico. In questo terreno, tanto instabile ed elastico, vi sono ancora tante leggende da sfatare, tante realtà da restituire pe­rò agli splendori della magia e dalla leggenda.

 Bologna 1979