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Massimo Carboni

Il lavoro di Raffaello Gori collocabile intorno alla prima metà degli anni '70 risente dichiaratamente dell'influenza della grande stagione informale. Se però caratteristica prima di tale poetica sempre è stata la tensione esistenziale, la lacerazione espres­siva, Gori la recupera invece in chiave minore, priva di accenti eroici, come depurata del suo carico immediatamente vitalistico. La serie dei "paesaggi" che appartiene a questa fase del percorso di Gori s'invera in tele giocate per intiero sul delicato impasto tonale in cui il dato naturalistico di partenza è completamente trasfigurato in direzione di una geo­grafia di tinte trasparenti, luminosissime in cui i gialli e i verdi danno l'accento fondamentale alla compo­sizione. E viene alla mente - come puro riferimento visivo - certa pittura di tradizione veneziana, la cui lezione arriva appunto fino a taluni esiti odierni. E ancora all'interno di questo che si potrebbe chiamare un collegamento al "versante dolce" dell'informale, che si attesta un'inedita presenza nel lavoro di Gori. Se le prime tele si nutrivano del solo portato cromatico, su questo impianto di base interviene ora il segno a graffiare il colore, ad imprimergli una consistenza che - seppur lasciandolo sospeso nella sua evanescente atmosfera - lo carica del peso d'una presenza veloce, a tratti guizzante. Nel campo aperto, le macchie s'addensano al centro come materia raggrumata in un'unica zona della superficie formando tenui gomitoli giocati ancora sui verdi, sui gialli, sui rossastri leggeri. Sulla tinta già stesa, i graffi, le incisioni obbediscono ad un automatismo controllato ed ele­gante che non disdegna a volte di darsi come scrittura tremolante, appena accennata, che allude a lettere, ad intiere parole subito ritraendosene per non caricarsi della rigidità del dettato alfabetico. I segni in realtà sono al pari dei colori fatti d'aria, svirgolati ad antenne sensibili che captano lo spazio circostante, ora quasi impercettibili, tenuissimi, ora più violenti e decisi ad acquistare un senso espressivo. Figurazioni accennate e subito abortite si legano ai percorsi indecisi del segno che come un filo mal rattenuto lascia talora debordare il colore che prima stentamente conteneva nelle sue anse.

Ma forse per un'intima necessità di rinnovamento cui non è estranea la giusta esigenza di captare e ritradurre nel proprio personale vocabolario le dire­zioni e le tendenze più innovative che nell'ampio panorama dell'arte attuale si affacciano con la loro forza talvolta dirompente, il lavoro di Gori subisce intorno al '78-'79 una brusca svolta, una decisa virata. Memore di operazioni che anche nell'ambito dell'informale ebbero luogo ed importanza (e basti citare Tapiès), ma che fecero risuonare il loro signi­ficato anche trasversalmente rispetto a numerose aree di ricerca contemporanee (certo Concettuale, Support - Surface), Gori volta il quadro e agisce sul telaio, su di un retro che tradizionalmente è sempre servito da mèro supporto ad un davanti sede depu­tata della pittura. La partizione geometrica è scandita dalla materialità stessa dell'oggetto-quadro, su cui sono incollate fotografie - o meglio la traccia della loro impressione sulla superficie - e scrittura a stampa tratta dai giornali. E’ la pelle della scrittura, dell'im­magine che s'imprime in un contesto cromatico sta­volta intieramente bianco, che vorrebbe indicare forse la neutralità dello spazio circostante in cui questi interventi si calano. Eppure anche all'interno di questa svolta radicale che Gori ha impresso la suo lavoro, rimane un dato costante che è la trasparenza - se prima attinta mediante le gradienze cromatiche e l'impasto tonale ora risolta in alcuni lavori con delle veline tirate sul telaio, sotto cui si riescono ad intrave­dere tacche di colore, segni, immagini, l'asta lignea del retro che partisce lo spazio in verticale. S'instaura talvolta una feconda dialettica tra schermatura e trasparenza, in ispecie quando in basso sulla velina è stesa la tinta in quantità tale da negarne il carattere di filtro per farle assumere quello di plesso respingente, di muro calcinato - mentre in alto essa è lasciata tale e quale a lasciar intuire ciò che le si sistema dietro, collage di disparati materiali o stesura di colore che sia. Quasi una conferma che accanto alla nuova direzione di ricerca permane e si sviluppa l'interesse per quegli elementi espressivi precedentemente se­guiti più da vicino, stavolta l'apparenza e la tensione del segno sembrano rivestite dai raggrinzimenti stessi della velina tirata sul supporto.

In una nuova ed ultima "virata" all'interno del percor­so artistico di Gori, entra in scena - ancora una volta nel campo dei materiali dell'arte - la plastica, sostanza artificiale - industriale per eccellenza che qui è resa sensuosa, volta ad esprimere le pieghe e gli accidenti della vita piuttosto che le asettiche rigidità del prodot­to seriale. La distanza, il vuoto tra il piano di traspa­renza ed il fondo su cui si depositano sistemati i collages o le stesure, sembra aumentare, cosicché il quadro ancor più pare assumere le apparenze fisico ­espressive di vero e proprio oggetto tridimensionale, anche se sono i valori di superficie che ne continuano a distinguere il lavoro. Stoffe, nastri, ready-made insomma, disposti in un ordine compositivo che niente lascia al caso, sono come irrealizzati, resi il fantasma, il sogno di se stessi, dal filtro plastico che ne sfuma i contorni, rendendone difficoltosa la stessa identificazione materiale. Arriviamo così finalmente agli ultimissimi lavori, e sembra che il cerchio della ricerca di Raffaello Gori si chiuda. Sì, perché quel principio che avevamo rilevato nei primi lavori in­formali inverato secondo tutt'altri modi più tradizio­nali rispetto a quelli attuali (ma ciò non significa che per certi versi non risultino più accattivanti), si collega nei recentissimi lavori alla macchia, allo sbuffo di colore informe e sfrangiato posto come sotto tèca, quasi fosse un reperto di un mondo espressivo ormai da secoli trascorso, irrigidito dietro la facciata di plastica che, slabbrandone ancor più i contorni, pare relegarlo in un ricordo soffuso e lontano nel tempo. Tutto è ovattato, ed il volo ingabbiato di quelle macchie-rondini informi si pone in dialettica con le rigide ortogonali dell'armatura del telaio. Al lavoro a venire la prossima mossa.

Livorno, 1983