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La realta’ interiore di Raffaello Gori - Corrado Marsan

 In principio c'è la fantasia. Già, Raffaello Gori o della fantasia: una fantasia che non ci propone fratture clamorose e che non corre dietro a propositi e a programmi più o meno apocalittici, ma che si identifica, di contro, in una cronaca lirica e morale che è e vuole essere, anzitutto, l'eco o, meglio, lo specchio di un ansioso e civilissimo «paesaggio dell'a­nima». Qui, dunque, in questi lavori recenti di Gori, l'ottica ha un ruolo primario: gli occhi (e la fantasia), cioè, dimostrano di saperla lunga quanto le mani (e, in non pochi casi, anche più lunga delle mani). Sì che l'incanto della scrittura di Gori (una scrittura che scivola, tra attese e scatti repentini, sopra e sotto - e dentro - la «pelle» di questa o di quell'immagine, di questo o di quello «sfondo» avventante: una scrittura, ancora, che - a seconda delle circostanze - sembra affidarsi tanto alle pic­cole forze dell'aria quanto alle leggi che regolano l'equilibrio dei corpi appesi) sta proprio nella sua flessibilità e nella sua duttilità: ciascuno, volendo, può nascondervi un suo segreto (la presenza galvanizzante della memoria, ad esempio, che fa capolino all'interno di rapidi e suggestivi squarci balenanti: brandelli di cose, di luoghi e di «occasioni», captati dal finestrino di un treno o di una macchina in corsa), ciascuno può espri­mervi intenzionalmente la propria identità (il volto e le parole - parole ormai illeggibili - della nostra prima e irrecuperabile «stagione d'amore»: una stagione - ed è anche la sua stagione - che Gori viene indagando da tempo, tra nostalgie e aspettazioni e tra scoperte e folgorazioni, con una coerenza e una continuità davvero encomiabili).

Ma è la tenace e partecipe volontà di osservazione degli aspetti più dispa­rati della realtà che ci circonda e ci «aggredisce») da ogni parte (una realtà che, per l'artista, procede e si rivela parallelamente e contempora­neamente alla sua «realtà interiore») il fattore che - più di ogni altro elemento narrante - sottolinea e rilancia, di opera in opera, la messa a fuoco di una fitta trama di segni e di cifre che determinano, tra rarefa­zioni e intensità lampeggianti, cospicui e tangibili «intervalli qualitativi» fra la rivelazione istantanea del reale e l'analisi grammaticale del reale: per Gori, infatti, la «scrittura» (questo suo modo singolare di intervenire, a posteriori, sopra e/o dentro l'immagine appena tracciata o variata) ha e deve avere, e non certo per un capriccio, una netta supremazia su qual­siasi «forma» o su qualsiasi sistema di forme delineate o di forme in metamorfosi. Qui, insomma, non c'è posto per una sperimentazione mera­mente formalistica o per la condensazione-sovrapposizione di «immagini» più o meno dichiaratamente ambigue: c'è, di contro, in ogni pagina di Gori, la riprova di un'intelligente esaltazione dei vari mezzi costitutivi del linguaggio; un'esaltazione che, a ben leggere, è sottesa e animata ora dal valore specifico della «scoperta», da parte dell'artista, di uno scorcio particolare del «grande ordine dell'universo», ora dalla verifica minu­ziosa delle cause e delle ragioni del suo (e del nostro) continuo «stato di ansietà».

E al fondo di queste variazioni (variazioni su certi suggerimenti della memoria o su certe aperture della fantasia) e di questa lunga selezione di mezzi pittorici riaffiora, in un crescendo di «graffiti» e di sorgenti lu­minose, quella componente sintattica che ha caratterizzato, in queste ulti­me due-tre stagioni, il procedimento operativo di Gori: l'espressività, cioè, che sgorga - con un grido immediato - dal «dentro» dei colori stessi (della loro «qualità» e dal loro potere suggestivo), e che diventa, di se­guito, emanazione di forze psichiche ed esaltazione, appunto, del gesto, del segno e dell'attimo in cui le varie strutture e le diverse forme si integrano a vicenda o si dispongono, pronte per un ennesimo scatto in avanti, l'una accanto all'altra, l'una di fronte all’altra. Sì che il «paesaggio ansio­so» di Gori ci viene incontro, infine, agitando un complesso di specchi ideali sui quali le tante realtà si deformano, tra passione e idillio e tra ironia e «candore», in un precipitarsi di nuove prospettive e di nuove allegorie che rigenerano ogni confessione, ogni ossessione e ogni «dedica» dell'artista in nuovi simboli, in nuove e imprevedibili allusioni.

 Firenze 1974