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Incontro e appunti intorno all'opera dl Raffaello Gori conversazione con Gianni Pozzi

Si muove abilmente fra tutti quei dipinti accatastati con cura gli uni sugli altri, fra i grandi cartoni verticali ricoperti di smalti lucidissimi (e che ogni tanto gli scivolano a terra) e fra quelle che lui definisce sculture anche se in realtà sono, più che altro, oggetti trovati: un pezzo di tronco dall'aria singolarmente informale, qualche assemblaggio dall'aria assai eterogenea e altro ancora.

Si muove abilmente Gori, in mezzo a tutti questi suoi lavori vecchi e nuovi, in una sorta di soffitta del suo studio pratese di grafica pubblicitaria. E mostra tutto, provocando alle volte piccoli cataclismi nel­l'equilibrio precario delle tante tele accatastate, e intanto commenta e chiede pareri: "Questo lo espor­resti? Io non so, non so se ne sono convinto fino in fondo... aspetta, forse ce n'è un altro, abbastanza simile ma migliore...". E riprendendo le ricerche, gli spostamenti e i cataclismi.

Inizia così, fra un commento e l'altro, in una rovente estate, una conversazione con Gori, che poi ha finito per essere trascritta diventando l'introduzione al catalogo di questa sua mostra.

Gianni Pozzi: A scorrere questo tuo lavoro, che dura ormai da più di venti anni, ci si accorge di una sua caratteristica assai singolare: quella cioè di sembrare sempre vicino a tutto e a tutti e di rivelarsi poi, ad una lettura più approfondita, sempre diverso. In più, mi sembra, procede per cicli che, come tanti fili, si interrompono e si riprendono, si annodano e si sciolgono, ma per riannodarsi subito dopo...

Ci pensavo guardando ad esempio questi dipinti degli anni '70, che a grandi linee si potrebbero anche dire informali, ma che poi in realtà, non lo sono affatto. Più che materie informali questi sono infatti scritture, automatismi forse, grafìe pittoriche sensibili e eleganti... Ecco, questo tuo informale - continuo a definirlo così anche se il termine è impro­prio - veniva a cadere lontanissimo dalla espe­rienza informale, quella vera e storicamente data: e nel contempo però le era anche singolarmente vici­no...

Lo stesso vale per questi lavori, questi che io chiame­rei della tua accentuazione concettuale, le garze, i veli, le mille trasparenze sul retro della tela... Il fantasma dell'opera si potrebbe dire, e la definizione mi pare sia di Carboni... Anche qua, molte consonan­ze con i protagonisti della stagione concettuale, ma al fine una sostanziale estraneità...

La stessa non coincidenza mi pare si dia oggi, mentre ti dai a una pittura “forte”, mentre riscopri la materia e la carica emozionale di questa... Insomma, non ti si può certo accusare di adeguamento alle mode... Però, al di là della battuta facile mi viene anche da riflettere su questo susseguirsi di coincidenze-non coincidenze, di aperture e chiusure a aperture anco­ra una volta di nuove stagioni, come se tu inseguissi in fondo un tuo rovello di ricerca, senza riuscire mai ad allontanartene per troppo tempo...

E allora, come accade - ti chiedo - che un autore informato e aggiornato come sei tu si ponga in maniera così eccentrica rispetto, non dico alle mode, ma agli accadimenti generali nel campo della ricerca artistica? Sei tu che provochi mischiando le carte? È una scelta?

Raffaello Gori: Nessuna idea di provocazione, nessuna eccentricità voluta: se posso essere apparso come un informale, o un concettuale o chissà che altro, quan­do altri non lo erano più e invece lo erano ancora, credo in tutta sincerità di non essermene neppure accorto... Forse è vero quello che dici ma io, sai, mi sono mosso sempre su lunghezze d'onda che erano solo mie...

G. P.: Ammetterai però che sono non coincidenze abbastanza singolari...

R. G.: Ti ripeto: per me è molto semplice. Il mio lavoro è nato e si è sviluppato in maniera del tutto autonoma, e da lavoro è sempre nato poi altro lavoro, ma in una linea di sviluppo che era mia... Il rapporto con la storia...

G. P.: Con la cronaca, almeno per ora...

R. G.: Sì, certo, con la cronaca... Il rapporto, se c'è, è come riflesso, filtrato lentamente nel tempo e poi trasfigurato: si tratta insomma di esperienze fatte proprie anche in tempi propri...

G. P.: Passo ai tuoi tempi allora, e alla tua carriera. Che è altrettanto singolare. Dagli anni '70 a oggi, da quando hai iniziato cioè, hai avuto momenti contraddistinti anche da punte vivaci, da successi lusinghieri, ai quali però, singolarmente, sono seguiti momenti di totale ritiro... come se tu avessi lasciato perdere proprio quando le cose andavano meglio. È così?

R. G.: Sì, è così, penso di essermi appartato quando sarebbe stato più logico mostrarsi in giro, essere presente...

G. P.: Ti riferisci a qualche situazione in particolare?

R. G.: Anche. Nell’83 per esempio ci fu una grande occasione... Una mostra mia voluta dal Comune di Prato e con una presentazione in catalogo di Massi­mo Carboni... quella a cui tu ti riferivi prima... Ci furono recensioni e scritti importanti e stavano na­scendo varie occasioni... Forse era quello il momento di insistere, e invece fu il momento in cui decisi di appartarmi...

G. P.: Quella mostra rappresentava anche un culmine del tuo lavoro...

R. G.: Sì, venivo da esperienze lontane e diverse, figurative almeno all'inizio, anche se io ho teso sempre, più che alla figuratività alla interiorizzazio­ne... E tutto questo approdò in quella esperienza informale...

G. P.: Che riscosse successi... ricordo scritti di Lara-Vinca Masini, di Giorgio Cortenova, di Miccini...

R. G.: Il problema è che io non sono capace di insistere troppo su uno stesso motivo... Su alcune intuizioni di quegli anni avrei potuto viverci di rendita, ma mi prendeva la noia e subito avevo voglia di cambiare, di rinnovarmi...

G. P.: E rinnovasti anche il tuo modo di usare la tela...

R. G.: Sì, voltandola dall'altra parte... Che meraviglia! Dietro alla tela, la struttura in legno, con quella specie di scalino reale che conduce alla tela vera e propria, mi si rivelò come una riserva inesauribile di possibi­lità... un'altra dimensione... Non era più la pittura che esce dal quadro, il quadro-oggetto o altre espe­rienze analoghe, era una nuova dimensione, e vera finalmente, non raffigurata o simulata con colori e forme...

G. P.: Lo diceva anche Piero Manzoni...

R. G.: Lui pensava a grandi interventi nella realtà sociale e anche io, e molti come me in quegli anni, pensavamo che più che l'estetica fosse importante... come posso dire? La persona? Il contenuto? Quel che l'arte riusciva a muovere e a rinnovare insomma...

C'era una grande esigenza di moralità e pensavamo di arrivarci attraverso la verità dell'opera: non la rappresentazione di qualcosa quindi ma la verità delle materie reali della vita, il colore allora ma anche le carte veline, o il nylon che era una nuova materia industriale...

G. P.: Anche l'esperienza delle plastiche l'hai esaurita in un tempo breve, tre o quattro anni...

R. G.: Avrei potuto continuarla molto più a lungo, anche questa come le altre, ma ti ho detto come va: magari sugli stessi temi ci forno dopo, li recupero dopo anni... ma ho bisogno di rinnovarmi. E di essenzia­lizzare il mio lavoro... Vedi? (e mostra un disegno, un cartone smaltato di verde intenso con su pochissimi segni) Io vorrei arrivare a pochi, pochissimi segni essenziali, capaci di trasmettere una emozione e un piacere essenziali anche quelli...

G. P.: E’ importante il piacere nella pittura?

R. G.: Sì, per me sì...

G. P.: E’ il piacere di certi astrattismi americani che ti sono stati vicini negli anni, Rothko, Newmann, Morris Louis...

R. G.: Io non ho mai cercato di gettarmi sulle loro tracce, come non ho mai pensato a Burri per le plastiche... In certi momenti ho pensato semmai a Twombly o a Novelli... è stato un caso che poi mi sia ritrovato altrove, comunque non mi spiace affatto...

G. P.: Il tuo, a riconsiderarlo nel suo complesso, mi pare un cammino tutt'altro che rettilineo, un continuo tornare sui tuoi passi, una continua ansia di rinnova­mento, un desiderio di sintesi fra esperienze diverse, minimalismo, pittura d'emozione, nuovi materiali... Potrebbe essere questa la tua caratteristica, una non-­linea che sempre scarta e sempre si rinnova?

R. G.: Potrebbe esserla...

G. P.: Hai dei compagni di strada in questa tua non-linea di fughe e ritorni?

R. G.: Sì, sicuramente tanti, ma non chiedermene uno in particolare, non saprei indicartelo...

G. P.: Dieci anni fa, nell’83, qua a Prato, ci fu la tua grande mostra promossa dall'assessorato alla cultu­ra del Comune. Era il tuo momento, come dicevi prima. Seguirono molti anni di silenzio e adesso ti prepari a un ritorno sulla scena con le stesse moda­lità: un’altra mostra pubblica e per di più accompa­gnata da iniziative a corollario. Un ritorno in grande stile, vuoi recuperare gli anni passati?

R. G.: Non so. Come ti dicevo prima, fino all’83 mi ero mosso bene: nel senso che avevo un buon lavoro e ottimi riconoscimenti. Da allora iniziò però una stagione di dubbi, di ripensamenti... In questo influì anche la morte di un grande gallerista fiorentino, Marcello Innocenti, che era sfato importantissimo per me e per tanti altri che si muovevano nella stessa situazione di ricerca...

G. P.: Anche negli anni lontano dalla scena, come si dice, hai lavorato, e su questo, mi pare, non hai dubbi...

R. G.: Un bel quadro, da solo, non è niente se non lo inserisci nella situazione giusta... almeno ai fini della carriera...

G. P.: E questa mostra cos’è allora, un risarcimento?

R. G.: No, no, nessun risarcimento, e perché mai? È solo una proposta, assai orchestrata, del mio lavoro più recente, che come vedi è molto... I dubbi di cui ti parlavo hanno sempre riguardato il mio ruolo pubbli­co non quello privato. Così, anche se io, alle volte, sono rimasto fermo il lavoro è andato avanti lo stesso: e importante, io credo, è il lavoro, non l'autore...

Firenze 1994