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Tensioni - Franco Solmi

La figura di Raffaello Gori, artista solitario e anomalo incastrato nei silenzi dell'area clamorosa Firenze-Prato, è quasi emblematica della situazione impossibile (e improba­bile) in cui viene a trovarsi, in Italia, chi fonda la propria ricerca nel rapporto « tra espressione e vita, continuamente messo in crisi dalla condizione del mondo», fidando nel contempo nella risonanza o consonanza dei segni e dei linguaggi che quella crisi riflettono ambiguamente. Le parole citate fra virgolette sono di Lara-Vinca Masini che di Raffaello Gori ha indagato il paziente e periglioso trascor­rere dal segno di massa ai trasalimenti impercorribili della forma-pittura, individualistici per antica dannazione e aperti alla comunicazione con altre realtà soltanto se mes­si in circolo attraverso apparati di cristallizzazione: le così dette poetiche. Non v'è dubbio, infatti, che Gori ap­partiene di diritto a quel movimento d'ultima modernità che ricerca nell'ambiguità dell'icona, riportata a puro indice della pittura-pittura, prospettive per una nuova credibile simbologia dell'arte. Ma è altrettanto verificabile che egli non gode, o non gode ancora, pieno diritto di cittadinanza nel quadro delle poetiche socialmente strutturate, erette a sistema, attraverso i cui meccanismi sta ricostituendosi in Italia un fronte dell'avanguardia. Forse al doveroso ricono­scimento della sua presenza si oppone proprio l'impegno sottile, di altissima coscienza professionale, che egli mette nell'indagare le risorse del segno, sospeso, come ha scritto Giorgio Cortenova, « tra la scrittura e la pittura, la realtà tangibile e il subconscio, la presenza fisica e il tarlo oni­rico». Questo impegno esclude l'improvvisazione, l'aggancio spregiudicato con il contingente, l'allineamento essequioso coi congeneri. Raffaello Gori, insomma, paga con l'isolamen­to la sua ricerca di comunicazione, il suo sogno d'intime verità. Evidentemente non è il solo in questa situazione, ma se in altre città italiane, a Roma come a Milano, a Bologna come a Genova, l'atteggiamento degli artisti che fan rifluire nel silenzio delle forme purificate, o azzerate, gli urti del sociale può essere recepito come voce dei nuovi eremiti di massa, nella realtà fiorentina, ricca e attutita, v'è il rischio dello smarrimento. Io non so come Raffaello Gori, che pur ha potuto contare su contributi fondamentali come quelli già ricordati da Lara-Vinca Masini e di Gior­gio Cortenova, viva in concreto questo smarrimento; ma è certo che, da artista qual'è, egli viene pazientemente co­struendo una tessitura d'immagine assai salda, tanto più ineludibile quanto più minacciata. La rinuncia alle coper­ture ideologiche, alle giustificazioni dei media, alle conso­lazioni della scrittura, gli consente di misurarsi con le di­mensioni di un quotidiano irreale in cui le ragioni del tempo e della storia sono continuamente stravolte e rein­ventate, come sempre accade quando l'approccio con l'altro da sé viene ricercato per via di poesia. Numeri, lettere, fo­tografie, strappi d'immagine divulgate potevano essere, qualche momento fa, ancora agganci ad una illusione cre­dibile, non soltanto iconica ma perfino sociale e politica, del nostro presente di cronaca. Oggi l'artista, e tutta l'opera recente di Raffaello Gori è lì a darne conto, è condannato all'antica e tutta moderna funzione di cantore dell'ambiguo e dell'inenarrabile e se, per qualche tempo, ha potuto pen­sare di ridurre all'essenza il suo linguaggio o di dilatarne il supporto in una ultima ricerca di comunicazione, ora può scontare con lucida coscienza l'impossibilità del dialogo alzando, nei confronti del mondo, la superba umiltà di una rabbrividita solitudine. Per me questo è il significato più vero degli immoti tumulti, delle insinuanti tensioni che per­corrono le tele di Gori: inquietanti residui rimasti rappresi nel groviglio limpidissimo della forma pittorica.

Bologna 1980