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Emozioni di Ferruccio Battolini

Le opere che all'inizio, in prima battuta, assieme abbiamo visto nello studio di Gori mi hanno subito convinto che il pittore toscano è un coraggioso sperimentatore, un argonauta contemporaneo che esplora nelle lande della sua fertilità creativa prodiga e incessante. Poi, chiesto e ottenuto il permesso di esplicitare il mio parere critico, sempre assieme abbiamo cominciato a frugare nell'atelier riuscendo a vedere (io ad ammirare) opere di vari momenti e periodi fra loro in intersecazione. Ad un certo punto sono riuscito, almeno credo, ad individuare il filo rosso, la ripetitività armonica fondante e peculiare, del suo "lavoro", al di là del tempo in cui l'opera è stata eseguita: e qui è scattato il suggeri­mento, seguito dalla scelta che è risultata quasi ovvia, oltre che piacevole, entusiasmante. Così l'incontro si è trasformato in un rapporto amicale. Da quel momento è nata una concordia giudicante sulle molte "pagine" del suo diario ininterrotto di emozioni allo stato integro, alla riscoperta di se stesso (uomo-artista Gori) e della sua "capacità empatica". Spiegherò meglio: l'empatia, fra gli altri suoi significati, ha anche e forse soprattutto quello - che a Gori si addice - di presentarsi come espressione di una sensibilità che taluno possie­de spontaneamente e che coinvolge altri entro un messaggio in cui sia l'autore (il posses­sore cioè dell'"empàtheia", cioè il pathos, dell'affetto donativo), sia il fruitore, noi che guardiamo con interesse e partecipazione, possano identificarsi.

Nel passare in rassegna decine di composizioni (molte Gori le teneva quasi nascoste) è stato per me naturale premere il piede sull'acceleratore dell'entusiasmo. Dopo aver ammirato dipinti degli anni ottanta (un "magico" 1987), dei secondi anni novanta e degli ultimi mesi, abbiamo dovuto scegliere, com'era nelle regole, alcune opere per il catalogo, opere cui, sempre in un clima di crescente concordia, abbiamo dato i titoli. Abbiamo così scelto e denominato, "Dentro una facciata", "Ritmi in rosa", "Frammenti di emozione", "Emozioni antiche” ecc.

Ma passiamo alle valutazioni più strettamente estetiche: intanto ho compreso, d'emblai e con un forte piacere mentale, che le "superfici" su cui Gori aveva lavorato - nobilitate da un colorismo da pittore di razza qual é - potevano sì, cambiare (stimolate, vivificate volta a volta entro inediti moduli) ma che mantenevano intatta la loro solidale "capa­cità d'accoglienza". Quelle "superfici" per Gori rappresentavano, rappresentano, la piattaforma ospitale delle sue innumerevoli intuizioni, della sua cronistoria sentimentale, della sua spontanea autoregolamentazione etica e compositiva. Nella serie delle opere che chiamerei "peripezie emozionali" Gori immette tutte le sue più libere esi­genze comunicative: animazione di piani o interventi improvvisi e diversi (in passiona­le concertazione), fondi cromatici che creano, con una spontaneità ardimentosa, nuo­ve e impreviste "forme da amare" anche proprio nella loro provvisorietà e fragilità materica. E poi tanta voglia di colori, sparsi e frammentati e pur fra loro in costante reciproca donazione: sì, proprio così, sono colori che sanno di svolgere un compito importante, fondamentale, quello di contribuire a produrre ed esporre momenti di convergenza armonica intrepidi e vigorosi. Talvolta vi ho addirittura letto (spero di non sbagliare; ma è una sensazione che non voglio negarmi) una sorta di educata rabbia costruttiva che però lascia libero ogni segno, ogni colore, nel suo collocarsi, nel suo intrecciarsi nella prospettiva di un esito complessivo inedito, tra fusioni varie e possibili ed esigenze di autonomia. Entrando entro quelle numerose tavole che Gori mi ha presentato, con impacciato quanto legittimo orgoglio, ho sentito la necessità di esporre - magari rischiando (e perché no?) - altre positive sensazioni - considerazioni. Per esempio m'è parso di notare segni inequivoci di esaltazioni e di sofferenze, di sanguinanti esperienze e di volontà peculiari di farsi largo tra gli sbarramenti e le trap­pole del mondo delle arti visive del nostro tempo. Ho anche apprezzato la voglia di Gori, davvero forte, di indicarci le numerose arbitrarie erosioni all'unità indispensabile fra la natura-madre, l'uomo non dimezzato e la materia, quest'ultima nelle sue impre­vedibili mutazioni e permanenze. Mi è sembrato di capire cioè che Gori è ben consa­pevole del fatto che all'artista, al donatore di fantasie e di ritmi non ancora letti e non soggetti a norme, sono troppo spesso chiuse le porte in faccia da poteri arroganti che vogliono impedire, in un trionfo ahimé di ipocrisia e di conservatorismo pseudo-cultu­rale, il ripristino pieno delle libertà espressive etico-sociali e formative.

I tentativi di Gori di emergere continuamente dagli "oscuramenti" in cui quei poteri cerca­no, ogni istante, di gettare chi opera in arte - ironizzando talvolta sulle sue vocazioni minoritarie - mi pare siano proprio andati a segno: la sua fantasia è riuscita, riesce, a districarsi dalle maglie rugginose degli ordinamenti meramente mercantili, dicendoci chiaramente che bi­sogna fare arte, fare pittura, in modo plurale e soprattutto comunitario pur nella salvaguar­dia delle percettività soggettive. Gori invia così chiari segnali di apertura al più spregiudicato dialogo, proponendo - si badi, con inevitabile ma goduta fatica - segmenti di soddisfazioni mentali inventive represse o rinnegate, contrapponendo ai muri delle negazioni fondamen­taliste spazi dischiusi di "colorate conversazioni" entro cui rimarginare eventuali ferite e so­prattutto far riemergere i significati filiati direttamente da una coscienza scoperta e pulita. Gori obbliga così il nostro sguardo ad andare sempre oltre le oggettività banalizzanti o riciclate, fissando la nostra sensibilità e le nostre riflessioni dove la materia assume la dovuta autorevo­lezza, il legittimo fascino.

Così in Gori il rapporto spirito- materia non può non essere guidato che da un originale "ésprit de paysage" che gli consente di rendere facile la convivenza tra spazio fondante, segnali in libertà e luci costruenti. È proprio da qui che nasce la capacità del nostro artista di spostare le numerose, frenetiche, sue intuizioni espressive dal riservato centro dell'animo agli spazi più dilatati ove si può provare la voluttà - nostra e sua - di fare i conti con i momenti più importanti dell'osservazione e dell'autocoscienza. Voglio dire, in conclusione, che in Gori il colore - sempre in simbiosi con forme e segni ovviamente - lavora ininterrot­tamente diventando motore dell'inven­zione pittorica: probabilmente, anzi quasi certamente, questo è un modo - il modo - per dar vita ad una composi­zione libera ed espansiva, attraverso cui liberare e rivelare le dimensioni, gran­di e micro, delle "cose", per entrare nelle facciate dei "muri" e restaurarle ripristinando la loro nobiltà umana. So­prattutto mi pare un modo, quello scel­to da Raffaello Gori, per dare ai ritmi trascurati della vita materico-naturale un senso, una dignità (qui segnico-­coloristica), nel solco di una speranza creativa che, malgré tout, non potrà mai morire.

La Spezia Aprile 2000