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Carpe Carpet - Pier Paolo Castellucci

 Una sorta di contaminatio in termini tautologici pervade e invade lo spazio pittorico del digressivo e nuovo paradigma ver­bo/iconico, rispetto alle proposte segniche/informali di base, che Raffaello Gori sulla traccia pretestuosa dell'ordito ornamentale del tappeto Kelim viene ora a rappresentare mediante una profanatoria trasformazione dei significati mitici, religiosi, rituali o, comunque, simbolici che la testura figurativa di questo artigianale, e quindi al postutto, extra-artistico oggetto d'uso, avoca a sé.

Atti di arbitrio che Gori sul filo del gioco e dell'ironia carica di una propria intensità coscienziale come attraverso un turba­mento intellettivo provocato dal e nel mondo esterno (violenza, brutalità, mascherati decori ...) prendendo, appunto, l'immagine rivelata di un lavoro che affonda le sue radici nella storicità seco­lare sincronizzandola sulle onde corte di una metafora decadente e crepuscolare.

Inganno e autoinganno che emergono da una spontanea e debordante espressività gestuale lungo le assi di nugoli materici coperti da vorticose pennellate intrise di ori bizantini, di bianchi calcarei, di gialli sulfurei, di neri catramosi e di blu oltremare: co­lori della notte e del giorno assurti a emblemi e furori dionisiaci.

Laddove la violazione del Kelim si immerge nell'esteriorità al di fuori del sostrato dell'opera (separazione tra il bello come oggetto e il valore del linguaggio concettuale), il simulacro e il riflesso del quadro si legano intimamente al riverbero teorico. Ed è in quest'aurea allegorica che si fondono graffiti e strappi tissulari e trattamenti di pittura, quasi a stravolgere l'orientamento ogget­tivo dello sguardo. Immagini irrelate, dunque, che Raffaello Gori distribuisce per agglomerazioni cosmetiche e perciò transfugata­mente false, persistendo su un'icona fattuale già determinata a priori fino a distruggerla, ma sono nella sua virtualità, per poi rimetterla in un doppio campo visivo; in quel campo, vogliamo dire, in cui vengono a determinarsi artefatti omomorfici e sottintese identità.

Qui l'interezza della forma con il suo triplice scambio fra collage, pittura e frutto del telaio, si focalizza in un'unica connota­zione logografica; in un'implicazione dal volutamente caldo sa­pore barocco che negli orpelli grumati di riesumati antichi manu­fatti solleva, semmai ce ne fosse ancora bisogno, ben oltre le sofi­sticate demarcazioni culturali oggidiane, le proprietà sub-esteti­che di un corredo arredamentale, quando esso culmina con la profondità strutturale e fluttuante della fenomenica artistica.

 

Firenze 27 Settembre 1993